L’errore strategico sulle parole di Trump

Scritto il 18/01/2026
da Lucio Martino

All'indomani dell'evidente fallimento del vertice di Washington, per valutare la possibile evoluzione della questione groenlandese, è ormai necessario adottare un criterio di analisi fondato sull'esperienza empirica. La storia dimostra che sottovalutare dichiarazioni reiterate, coerenti nel tempo e accompagnate da un quadro dottrinale esplicito, può produrre gravi conseguenze sistemiche.

L'errore di valutazione compiuto nel 2021 nei confronti della Russia di Vladimir Putin, quando non si presero sul serio quelle che venivano presentate come esigenze vitali di sicurezza nazionale, ha impedito l'attuazione di efficaci misure diplomatiche e strategiche. Tale precedente non dovrebbe essere ignorato.

È dal 2019 che Donald Trump dichiara pubblicamente che la Groenlandia è un interesse strategico essenziale per gli Stati Uniti. Questa sua posizione non è rimasta confinata alla dimensione estemporanea del discorso politico, ma è confluita in documenti di indirizzo strategico più recenti, nei quali la sicurezza americana viene ridefinita in termini continentali, bilaterali e transazionali, ridimensionando il ruolo di vincoli multilaterali storicamente considerati centrali, a partire dalla Nato. In questo quadro, l'Alleanza Atlantica non è più trattata come fondamento non negoziabile dell'ordine di sicurezza occidentale, ma come strumento condizionato alla convenienza nazionale statunitense. Prendere sul serio Trump non significa affermare che un intervento coercitivo sulla Groenlandia sia inevitabile, ma riconoscere che esso rientra nello spettro delle opzioni considerate legittime all'interno della sua visione del mondo. In condizioni di asimmetria di rischio, il costo di non credere a un leader che potrebbe essere determinato ad agire è incomparabilmente superiore al costo di credere a un leader che potrebbe bluffare.

Quando Trump afferma che la Danimarca non è in grado di garantire che la Groenlandia resti fuori dalla sfera d'influenza russa oppure cinese, delegittima implicitamente la sovranità danese in termini funzionali alla sicurezza americana. In una logica di potenza, ciò equivale a considerare quella sovranità non solo insufficiente, ma potenzialmente ostativa rispetto agli interessi strategici degli Stati Uniti nel continente nordamericano e nell'Artico.

È in questo contesto che l'analogia con la vendita dell'Alaska nel 1867 assume rilevanza. L'Impero russo non cedette l'Alaska per debolezza morale o per ingenuità diplomatica, ma sulla base di un calcolo realistico: l'impossibilità di difendere efficacemente un territorio remoto di fronte a una potenza marittima e continentale in ascesa. Di fronte all'alternativa tra una perdita militare umiliante e la cessione negoziata in cambio di un compenso economico, San Pietroburgo scelse la seconda opzione. La differenza sostanziale è che, oggi, la Danimarca sembra rifiutare di compiere un analogo calcolo di potenza. Pur trovandosi di fronte a un attore che segnala in modo sempre meno ambiguo la propria determinazione e pur non disponendo di alcuna seria capacità credibile di difesa autonoma, né di alleati disposti a combattere contro gli Stati Uniti, Copenaghen continua a comportarsi come se il solo richiamo al diritto internazionale fosse sufficiente a neutralizzare una dinamica che potrebbe diventare coercitiva.

In altre parole, mentre i Russi nel XIX secolo riconobbero il limite della propria forza e monetizzarono una perdita altrimenti certa, i Danesi rischiano di perdere senza ottenere nulla, proprio perché rifiutano di prendere sul serio lo scenario peggiore.

È certo che se Trump dovesse decidere di ricorrere a un intervento coercitivo, non sarebbe solo la Danimarca a caderne vittima, ma l'intero sistema internazionale fondato su regole, trattati e diritti condivisi che ha fatto seguito al secondo conflitto mondiale. Tuttavia, questo esito non rappresenterebbe necessariamente un deterrente per Trump e neanche per la sua base politica. Al contrario, l'ordine liberale internazionale è percepito da ampi settori del trumpismo come un vincolo sconveniente, che limita la sicurezza, la prosperità e la libertà d'azione del continente americano. Il suo indebolimento, forse anche il suo collasso, potrebbe quindi essere considerato un prezzo accettabile, se non desiderabile, in nome di una ridefinizione brutale, ma ritenuta più vantaggiosa, delle relazioni internazionali.