In Formula Uno come sul go-kart: il sorpasso più folle di sempre

Scritto il 18/01/2026
da Paolo Lazzari

Sul tracciato dell’Hungaroring (Ungheria), tra fervore geopolitico e rombo delle monoposto, Nelson Piquet dipinse con audacia uno dei momenti più memorabili della Formula 1 ai danni di Ayrton Senna

L’Hungaroring, nell’estate del 1986, sembra una serpe d’asfalto distesa nella polvere dell’Est europeo. Un circuito stretto, nervoso, quasi ostile ai sorpassi, inaugurato da poco come simbolo di un mondo che comincia timidamente ad aprirsi. Qui, davanti a una folla mai vista prima per un Gran Premio oltre la cortina di ferro, si consuma uno dei duelli più intensi e poetici della Formula 1: Nelson Piquet contro Ayrton Senna, Brasile contro Brasile, esperienza contro furore.

Senna arriva da profeta della nuova era. Al volante della sua Lotus, armata dal formidabile motore Renault turbo, è potente, leggero e scattante. Segni particolari: trasforma ogni frenata in un esercizio di precisione quasi mistica. La 98T è una lama sottile e imprevedibile, una creatura nera che obbedisce solo a chi osa davvero domarla. Piquet lo insegue con la calma di chi conosce il valore dell’attesa, guidando una Williams spinta dal poderoso propulsore Honda, un concentrato di forza bruta e affidabilità, meno agile nei tratti tortuosi ma capace di sprigionare cavalli come un animale primordiale lanciato nella steppa.

Il confronto tra i due è un pendolo continuo: sorpassi, contro sorpassi, strategie che si intrecciano, nervi sul punto di implodere. La gara vibra su un filo teso. Ma il destino sceglie un punto preciso per scrivere la frase decisiva: la prima curva, giro 57. Senna difende l’interno con l’ostinazione di chi sa che lì non si passa. È la traiettoria dei manuali, la linea della ragione. Piquet arriva alle sue spalle e, in un istante, decide di fregarsene di ogni logica. Non cerca l’interno. Non aspetta l’errore. Si butta fuori. All’esterno.

È una scelta che appartiene più ai kart che alla Formula 1, più ai ragazzi con le nocche sbucciate che ai campioni del mondo. Una manovra istintiva, primitiva: staccare tardissimo, far scivolare la macchina di traverso, accettare che il posteriore si ribelli, che le gomme urlino, che l’auto diventi per un attimo un oggetto senza obbedienza. Per un battito di ciglia è follia pura. La Williams di Piquet, gonfia di potenza, scivola, sembra voler abbandonare la pista, sfiora l’erba come una mano tesa nel vuoto. Senna lo vede sparire dal lato cieco, incredulo. Poi accade l’impensabile: Piquet controlla il sovrasterzo, raddrizza il volante, trasforma il caos in traiettoria. Ne esce davanti.

Quella manovra scellerata diventa molto più di un sorpasso. È una violazione delle leggi non scritte, un atto di disobbedienza meccanica, una firma tracciata con il rischio invece che con l’inchiostro. Senna tenta di reagire, resta incollato, rabbioso, feroce. Ma qualcosa si spezza nell’ordine naturale delle cose. Il giovane leone vede con i propri occhi che anche l’impossibile può essere piegato. Piquet vola verso la vittoria, lasciandosi alle spalle un rivale trasecolato.

Quel sorpasso non appartiene alle statistiche, ma alla memoria emotiva dello sport. È la fotografia di un pilota che si fida più dell’istinto che dei calcoli, in cui il volante diventa un pennello e l’asfalto una tela. All’Hungaroring nasce una leggenda obliqua, laterale, come la traiettoria di quella Williams imbizzarrita. Una manovra da kartodromo compiuta a trecento all’ora. Una follia lucida. Una poesia scritta con le gomme che fumano.