I Dieci Comandamenti sembrano così scontati. Ma dopo migliaia di anni restano sempre attuali

Scritto il 18/01/2026
da Giulio Dellavite

Nei giorni scorsi mi è stata fatta una domanda: «Qual è il peccato più curioso che hai sentito in confessionale nei giorni di Natale appena trascorsi?». Ho chiesto al mio interlocutore cosa intendesse per «curioso». Scabroso? Pesante? Imbarazzante? Grave?
La sua risposta è stata semplice: «Mi chiedo se qualcuno abbia detto qualcosa che abbia destato in modo particolare la tua attenzione o è stata solo la solita noiosa lista della spesa dei quattro peccati sempre uguali riciclati da tutti: Messe saltate, preghiere non dette, parolacce, bugie, litigate e poco altro». Innanzitutto è doverosa una precisazione. In confessionale nella testa e nel cuore di un prete non c’è mai il giudizio ma sempre l’accoglienza fatta di ascolto attento, cioè non c’è nulla che vale poco o qualcosa che vale di più, non c’è nulla di scontato, non c’è nulla di secondario. Tutto è importante quando una persona apre il suo cuore e sfoglia le sue storie, nessuno ha il diritto di ritenere secondario nemmeno un dettaglio di quello che viene condiviso perché per l’interessato può essere una sfumatura decisiva, nel bene o nel male. Quanto invece alla casistica, non ci ho pensato nemmeno un secondo: subito ho avuto un flash su un peccato che in quasi trent’anni di sacerdozio non avevo mai sentito e che una persona mi ha confessato nei giorni scorsi con la fantasia che spesso accompagna la finezza della profondità di tante anime che incontro: «Ho permesso che il mio cuore subisse atti impuri, senza difenderlo». Subito ho pensato: «Oddio, che significa? È un modo per dire che ha subito abusi e violenze?
Cosa faccio: chiedo dettagli rischiando di sembrare morboso?
Oppure lascio correre facendo finta di niente, con il pericolo di apparire indifferente? E se fosse un modo per superare la vergogna di chiedere aiuto?». Cogliendo la mia perplessità mi ha aiutato specificando: «Tranquillo, non si tratta di peccati sessuali, non ci sono solo quelli! Secondo me ci sono diversi tipi di atti impuri.
Se questa espressione è stata usata da Dio nei comandamenti per indicare ciò che rovina l’apice di una relazione, sciupando o svilendo gesti e atteggiamenti che contengono una verità profonda come l’amore, credo che ci possa essere una proprietà commutativa che applica il medesimo significato anche ad altre dimensioni valoriali». Secondo me - continua con interiorità arguta - «si possono considerare atti impuri anche quelle situazioni in cui non si riconosce il valore di una persona o del suo lavoro, quando si usa e si abusa di una certa bontà non riconoscendo nulla, quando non viene pagato quanto richiesto dando tutto per scontato, quando non si dà nemmeno un grazie, quando non si ha la dignità di una risposta o di un confronto. Mia impressione è che siano da considerare atti impuri tutti gli atteggiamenti di ingiustizia, di non reciprocità, di non riconoscimento dei diritti, di non valorizzazione dell’impegno. Il mio peccato concludeva - è di aver permesso questo verso di me, di non essermi dato il diritto di riconoscere il valore di ciò che sono e di ciò che faccio. Non ho difeso il mio cuore, non ho protetto la mia dignità, non ho tutelato le mie qualità. Mi sono svenduto e mi trovo sciupato, deluso, amareggiato, imbrogliato tra l’altro da chi si fa paladino dei valori. Alla fine sono arrabbiato con me stesso perché ho creduto a parole che erano solo aria fritta».
Questo sfogo mi ha fatto vibrare nel profondo. Ancora una volta il Confessionale si è dimostrato una scuola di umanità nell’andare sempre oltre le apparenze. È incredibile come i 10 comandamenti dopo migliaia di anni abbiano ancora qualcosa da dire alla realtà di oggi, nonostante appaiano così scarni e scontati.
Secondo me il fatto che siano come una miniera inesauribile da cui qualcuno riesce a estrarre continuamente pepite nuove è la prova che siano parola di Dio. Anche chi non crede, converrà con me che i comandamenti hanno una potenzialità essenziale di autocoscienza e autostima come sorgente del bene comune, condivisa da religioni e filosofie diverse. Per questo sono meravigliosi, anzi pure laicamente si potrebbe esclamare: «divini». È decisamente curioso che nel mondo ci siano circa 35 milioni di leggi che alla fine portino a rispettare queste 10 righe. Mohandas Gandhi in Antiche come le montagne (1958) scrive: «Tutte le norme universali di condotta, note come comandamenti di Dio, sono semplici e facili da comprendere e da mettere in pratica, se c’è la volontà. Sembrano invece difficili per l’inerzia che governa l’umanità».