Il commissariato di Mecenate sembra il set di una serie tv: prima il colpo di scena con Carmelo Cinturrino, l'assistente capo che spara al pusher Abderrahim Mansouri a Rogoredo e finisce in cella con l'accusa di l'omicidio volontario (più una trentina di capi d'imputazione, tra sequestri, pizzo, spaccio e arresti farlocchi). Quindi il secondo atto: il dirigente Osvaldo Rocchi, quello con l'esperienza da vendere, spedito in orbita dalla questura. Motivo? «Chiarezza», dicono in via Fatebenefratelli. L'espressione più gettonata da quelle parti dopo quella pronunciata in conferenza stampa dal questore Megale «Dobbiamo contrastare le mele marce al nostro interno. Non faremo sconti a nessuno». Al posto di Rocchi è arrivato così Carmine Mele, fresco di Bonola, 12 anni in meno e un quarto dell'esperienza del suo predecessore. Ha fatto Digos, ha gestito il Meazza quando c'era la movida ultras, sa tenere i nervi saldi. Però sì, è un cambio netto: dal patriarca al rampante. Qualcuno sussurra che la questura voglia un dirigente «pulito», qualcuno che non abbia mai respirato l'aria viziata di quelle volanti, ma c'è anche chi dice che il cambio al vertice serve solo a far vedere che si muove qualcosa. Mele senz'altro ci prova, ma la zona non perdona: Rogoredo è ancora un buco nero, tra siringhe e fantasmi, e Corvetto già tira in ballo nuovi traffici.
Intanto Cinturrino, dal carcere, batte cassa: vuole i domiciliari. «Ho sparato per paura, non volevo uccidere. Conoscevo Mansouri solo attraverso la foto segnaletica», ripete al Riesame. L'udienza è andata avanti l'altroieri, due ore di arringa, ma il gip non si sbilancia e si è riservato la decisione, che è attesa entro fine marzo.
Le nuove carte, però, non sono certo a favore dell'assistente capo e parlano di un «qui comando io, non Zack» e la procura inchioda Cinturrino con aggravanti pesantissime: premeditazione, falso, estorsione. E non è solo lui: l'inchiesta si allarga. Sette indagati in totale, tra agenti e colleghi. Due nuovi nomi spuntano per arresto illegale e falso. Le accuse? Roba da manuale: pizzo a un pusher disabile, controlli fasulli, droga sequestrata e poi rivenduta.
Peccato che le prove, quelle vere, siano ancora un rebus. Testimonianze di colleghi che parlano di «arresti disinvolti», intercettazioni che puzzano di marcio, ma niente di solido. L'incidente probatorio è in arrivo, gli accertamenti tecnici pure. Intanto la piazza resta lì, a guardare: un commissariato che cambia faccia, un poliziotto che implora casa, una zona che non si fida più.
E il copione non finisce qui, ecco il terzo atto. Negli ultimi giorni sono arrivati tre ispettori ministeriali che setacceranno carte e verbali fino a oggi, per capire quanto sia profondo il marcio. Non è però l'ispezione tanto strombazzata a febbraio, bensì un'inchiesta amministrativa parallela: gli ispettori hanno controllato i registri, i reperti, gli straordinari. E la tanto attesa ispezione giudiziaria? Che fine ha fatto?
Intanto la Procura continua a scavare: pestaggi con martello, minacce registrate, soldi e cocaina passati di mano in mano sotto banco. Dieci episodi contestati solo a Cinturrino, ma il «sistema» potrebbe essere più grosso, con clan di spacciatori che si facevano la guerra e qualche divisa a fare da arbitro pagato.