Ecco la distruzione della destra e della sinistra: erano loro a rendere il Paese impotente

Scritto il 19/04/2026
da Redazione

Dopo la manifestazione del 6 febbraio 1934, l’intellettuale auspica la nascita di un terzo partito, "nazionale e sociale"

Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo un brano inedito da Cronaca politica (1934-1942). Scritti del francese d'Europa nel secolo incendiario di Pierre Drieu La Rochelle. Il libro è edito da Passaggio al Bosco (pagg. 452, euro 25), con traduzione di Camilla Scarpa e una Introduzione di Andrea Lombardi (di cui pubblichiamo una parte nella pagina accanto). Pierre Eugène Drieu La Rochelle (Parigi, 1893 1945) è famoso per romanzi, racconti, saggi e poesie. Qui ricordiamo il magistrale «Gilles».

C'è un fatto che, per me, è fuori questione, ed è che senza la manifestazione del 6 febbraio tutto, in Francia, sarebbe rimasto stagnante com'era dal 1918.

Essere costretti a constatare questo deve far riflettere amaramente la gente di sinistra? No, non più la gente di sinistra di quella di destra. Ma gli uni e gli altri, allo stesso livello. E questa constatazione deve non solo fare riflettere, ma far disperare. Perché le giornate di febbraio hanno suonato la campana a morto per la vecchia divisione tra la destra e la sinistra, che appartiene al XIX secolo.

In effetti, se nei giorni di gennaio la destra aveva innescato il movimento, essa non l'aveva fatto che in qualità di destra, e per approfittare della debolezza della sinistra, manifestata nell'affaire Stavisky. Non era che una replica, rivista e ingigantita, dell'affaire Oustric, che ha raggiunto il suo limite il 12.

Ma il carattere distintivo del 6 è che quel giorno sono scesi in campo fattori sociali che esulano tanto dalla destra quanto dalla sinistra, e che confondono quelle due vecchie formazioni, uguali e impotenti, nella stessa sfiducia e nella stessa riprovazione. Il carattere del 6 febbraio è comprovato da due fatti: da una parte la parata, separata ma ugualmente disciplinata, dei Veterani e dei Croix de Feu che non volevano, gli uni e gli altri, né perdersi nella folla né mescolarsi agli altri manifestanti, e, d'altro canto, il debordare di una folla formidabile, in cui si confondevano tutti gli elementi politici e sociali.

Trovandomi in place de la Concorde, questa riflessione mi si è imposta: che nessuno degli uomini politici noti sarebbe stato accolto con entusiasmo, e che perfino i suoi sostenitori che potevano trovarsi là avrebbero percepito il pericolo nel farsi riconoscere dalla folla.

Dico questo riferendomi tanto a Monsieur Tardieu quanto a Monsieur Maurras, e anche a Monsieur Doriot, e non parliamo poi dei Messieurs Herriot e Blum.

E quanto a Monsieur Chiappe, non era che un pretesto.

Dunque, fine della destra e della sinistra. Coloro che, come me, dalla guerra, hanno rifiutato di dilaniarsi, di spaccarsi nella loro intima realtà, optando per un dei due poli di questo dilemma desueto, ingannevole e pernicioso, non possono, al contrario, che gioirne.

Ma tuttavia ci sono due cose che vengono a guastare la loro gioia. In primo luogo la prospettiva di lungo periodo, che si offre ancora a costoro, fino a che questo fatto della confusione e della

distruzione della destra e della sinistra, tanto annunciato, si sia in concreto consumato. E poi che la Francia non vada perduta nelle convulsioni che minacciano di provocare gli ultimi sussulti di una lotta ormai conclusa. V'è il rischio che troppi tra i francesi, trascinati nel loro slancio, confluiscano per un'ultima volta in quelle vecchie formazioni e che abbiano a rovinare un'epoca e un sangue preziosi nella suprema flessione di faide assolutamente sorpassate dall'evoluzione sociale profonda.

Ecco perché è urgente che scendano in campo forze nuove, mediatrici. Bisogna che si profili il prima possibile un raggruppamento di forze sociali e politiche che si collochi nettamente e risolutamente tra la sinistra e la destra, che prenda in prestito da ciascuna delle due ciò che hanno di sano e che, conciliando questi due caratteri, dimostri che era la loro frattura a ingenerare la nostra impotenza in tutto.

Ci vuole un terzo partito che, essendo sociale, sappia anche essere nazionale, e che, essendo nazionale, sappia anche essere sociale.

E questo terzo partito non deve predicare la concordia, deve imporla. Non deve giustapporre elementi presi dalla destra e dalla sinistra; deve imporre agli elementi in questione una fusione nel suo seno.

E questa fusione non può essere fatta che grazie all'aggiunta abbondante di un elemento ancora vergine, profondamente ignorante e sprezzante delle vecchie divisioni: la gioventù.

Il ministero Doumergue sguazza tanto pietosamente nella repressione della sovversione staviskiana quanto il ministero Chautemps nella difesa di questa sovversione. Sulla scorta di questa tregua negativa, la subdola ripresa dell'antica lotta tra le destre nazionaliste che non sanno affatto di esser manovrate dal capitalismo, e le sinistre democratiche che non sanno di essere manovrate dalla cupola parlamentare crea un contesto rivoluzionario. Contesto rivoluzionario che fa appello ed esige la formazione di un partito sociale e nazionale.

E questo partito dovrà prontamente vibrare un colpo a destra e uno a sinistra.

Se vuole vivere, dovrà colpire:

1) I realisti, le frange reazionarie, stipendiate dal capitale, che applaudono i parlamentari e i giornalisti della vecchia destra;

2) Sui radicali e i socialisti che si aggrappano alla vecchia routine parlamentare,

alla vecchia combine d'intesa segreta tra capitalismo e rappresentanti della democrazia;

3) Sui comunisti che si rinchiudono in un operaismo riduttivo e sterile.

Partito centrale, ma pugnace, eserciterà la sua attrazione sui coraggiosi smarritisi nell'estrema destra e nell'estrema sinistra, così come sui coraggiosi non impegnati, e che mordono il freno tra gli estremisti.

Questo partito raccoglierà i radicali disillusi, i sindacalisti non burocratizzati, i socialisti francesi, i veterani e i nazionalisti che non vogliono essere ingannati dalle manovre capitaliste.

11 marzo 1934

(La Lutte des Jeunes)

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Poche persone in Francia sanno cosa sia il fascismo, in primo luogo; nello spirito della vecchia destra come della vecchia sinistra, fascismo significa reazione. E poi, siamo in Francia, e non abbiamo minimamente l'intenzione di ripetere l'errore comunista sovietico, facendo del romanticismo esotista e fantasticando per diporto.

Non abbiamo intenzione di riunire tutte le sere per anni migliaia di lavoratori francesi per descrivere loro con facile retorica ciò che capita in quel tal villaggio siciliano piuttosto che siberiano, bavarese piuttosto che cinese. Ottima occasione per starsene con le mani in mano per la rivoluzione nostrana.

Ma tuttavia rimane d'importanza capitale spiegare ai francesi di destra e di sinistra che il fascismo in Germania e in Italia non è affatto quello che credono. Perché è nella loro ignoranza riguardo all'Italia e alla Germania che si confermano tutte le loro abitudini di pensiero. È fondamentale spiegare ai reazionari francesi che gli industriali italiani e tedeschi non sono affatto soddisfatti dei primi balbettii del regime corporativo, e che per i difensori dell'utopia neocapitalista non c'è più speranza. Ed è fondamentale spiegare ai francesi di sinistra che il fascismo, a Roma o a Berlino, ha fatto di più per il benessere fisico e morale del popolo di quanto la nostra democrazia di programmi, di bluff e d'inerzia abbia fatto in 50 anni.

10 giugno 1934

(La Lutte des Jeunes)