Da solo tra i ghiacci, sopravvive a 50 sotto zero per cinquantaquattro giorni

Scritto il 20/03/2026
da Paolo Lazzari

Nel 2018 l’atleta americano Colin O’Brady ha attraversato l’Antartide da un lato all’altro trainando una slitta da 170 chili. Cronaca di un’impresa che ha sfidato il gelo e forse anche il buonsenso

Certo che occorre possedere una dose di misantropia agonistica non indifferente, per lanciarsi in un’impresa del genere. Eppure lì fuori, in una gelida (eufemismo) mattina del 26 dicembre 2018, l’americano Colin O’Brady può voltarsi indietro, scrutare quel manto di ghiaccio ed abbandonarsi ad un sorriso. A trent’anni scoccati ha appena portato a termine un’impresa sconsiderata: ha attraversato l’Antartide da lato a lato, senza l’ausilio di mezzi, vele o cani slitta. Si è sottoposto a rischi di ogni tipo e ad intemperie potenzialmente letali per 54 lunghissimi giorni e 1500 km complessivi. Un uomo contro un continente di ghiaccio che, per inciso, non ha fatto proprio nulla per rendersi ospitale.

Il peso del silenzio (e di 170 chili di avena)

Immaginate che il buongiorno ve lo serva ogni mattina un congelatore industriale regolato a -50°C. Il vostro unico compagno è un pulk, una slitta che all’inizio del viaggio pesa 170 chilogrammi: praticamente un pianoforte a coda carico di grasso, liofilizzati e paranoia. Ogni passo è un negoziato con la fisica. Sotto gli sci, i sastrugi: onde di ghiaccio solido modellate dal vento catabatico, simili ad un mare in tempesta improvvisamente pietrificato. Cadere significa rischiare la vita; fermarsi vuol dire congelare. Anche la dieta viene studiata nel minimo dettaglio. Una ripetizione ossessiva di barrette energetiche e "farinate" ipercaloriche, divorate mentre il corpo, in modalità cannibalismo metabolico, inizia a consumare i propri muscoli per produrre calore.

Dribblare difficoltà letali

Tra il trentesimo e il quarantesimo giorno, O’Brady fa conoscenza del whiteout, un fenomeno atmosferico in cui cielo e terra si fondono in un unico, asfissiante nulla lattiginoso. Senza orizzonte, il cervello perde il senso dell'equilibrio; si barcolla come ubriachi nel vuoto, trascinando un peso che sembra raddoppiare a ogni metro. "È in quei momenti che la slitta non è più un equipaggiamento - ha detto l’americano - ma un’ancora che ti trascina verso il basso”. La difficoltà estrema si palesa quando i sastrugi raggiungono l'altezza di un uomo. O’Brady deve sollevare, più che trascinare, la sua slitta sopra lame di ghiaccio taglienti come quarzo, con i polmoni bruciati dall'aria gelida e le dita che smarriscono sensibilità nonostante i guanti tecnici. Un corpo a corpo con l’inerzia, una lotta contro il desiderio viscerale di chiudere gli occhi e lasciarsi cullare dal sonno bianco, l’ultima e definitiva tentazione di ogni esploratore polare.

Il duello fantasma

Ogni epica che si rispetti necessita di un antagonista. Mentre O’Brady arranca verso il Polo Sud e oltre, a pochi chilometri di distanza (un’inezia nelle vastità antartiche) si muove il capitano Louis Rudd, veterano dell’esercito britannico. Una versione glaciale di "Corsa per la Terra”. Questa pressione psicologica spinge O’Brady all’atto finale: una maratona conclusiva di 77 miglia (circa 124 km) coperta in 32 ore consecutive senza chiudere occhio. Un colpo di coda che sa di delirio e di genio, necessario per bruciare sul tempo l’ombra del rivale e iscrivere il proprio nome nel libro dei primati.

L’ombra del dubbio sul "Self-Assisted"

Il mondo dell’esplorazione polare, una congrega di puristi che guarda al centimetro di ghiaccio con il rigore di un notaio, solleva però più di un sopracciglio. L’impresa è stata definita "unsupported" (senza fondamento) ma il percorso di O’Brady ha ricalcato in parte la McMurdo-South Pole Highway, una pista spianata dai mezzi cingolati per rifornire le basi scientifiche. Un’autostrada di ghiaccio battuto che, per alcuni, lo avrebbe avvantaggiato. Per costoro la purezza assoluta dell'esplorazione rimane un miraggio algido, come il riverbero del sole sul pack.

Resta il fatto che l’americano è arrivato fino in fondo. Più magro, probabilmente più saggio, certamente più famoso. Ricordandoci che, a -50°C, l’unica cosa che brucia più del gelo è l’ambizione.