Come un filo scoperto, le vicende tragiche di Firenze e della sua squadra di pallone, sogni di grandezza, epiloghi tragici, speranze strozzate nell'urlo della Fiesole, secondo un destino maligno che sta seguendo, quasi inseguendo e segnando la storia della Fiorentina, non soltanto i gol, la gioia, la sofferenza, tutto quello che il calcio sa astutamente proporre, ma l'imprevisto drammatico, il lutto improvviso, il cordoglio che si ripete come un appuntamento non rinviabile, la nube nera sul Franchi che è uno stadio precario, smozzato come la cronaca di queste ore. Rocco Benito Commisso si porta via l'avventura bellissima di c'era una volta in America, i dollari non regalano l'eternità, questa viene bloccata e sconfitta dalla malattia dell'uomo. Prima del presidente, era toccato al suo compagno di speranze e di progetti, Joe Barone, colpito dal fulmine di Giove, così descrivevano i romani antichi il lampo che colpiva mortalmente il cuore. Erano amici, sodali, facce di migranti non più smarriti ma pronti a costruire una nuova Fiorentina, meno vaporosa di foulard, come era accaduto con i predecessori, ma tosta, sfacciata e sanguigna, disegnata tra Brooklyn e il Bronx, parzialmente realizzata, dunque faticosamente, nel labirinto burocratico italiano. Ieri è stato un altro sabato scuro lungo l'Arno, oggi restano il vuoto, il silenzio, l'incertezza, la preoccupazione. Che altro deve pagare al destino questa Fiorentina che ha scelto un nome infantile, un diminutivo che niente affatto ne limita la storia? Altri fotogrammi luttuosi, altri episodi angosciosi ne hanno segnato la cronaca, l'immagine di Edoardo Bove, d'improvviso accasciato sul prato, "come corpo morto cade" scrisse l'Alighieri nel quinto canto dell'Inferno, sembrava appartenere ad un'altra notte infernale, quella di Edo che ha dovuto arrendersi al calcio, perché le leggi italiane questo impongono a differenza di altri sistemi europei, là dove il ragazzo tornerà a calciare il pallone. Fu una notte ultima quella che la vita concesse a Davide Astori, addormentandosi definitivamente nel letto di un albergo di Udine, mentre i suoi compagni si preparavano alla contesa di campionato. Seguirono giorni di accuse e sospetti, perché anche la morte non riesce a sfuggire al dubbio e al litigio, se poi riguarda uno sportivo, allora il fumo nero intossica e avvelena anche le anime pure per poi trascinarsi nelle aule dei tribunali. Non è stata così, uguale, la reazione alla fine di Celeste Pin, trovato senza vita nella sua dimora fiorentina? Spunta un elenco che provoca tormenti e molte, troppe domande, riguarda la morte precoce di Nello Saltutti, il cui cuore si fermò a 56 anni, quella di Ugo Ferrante morto a 60 anni, o Giancarlo Galdiolo o, ancora e sempre, Mimmo Caso, Pino Longoni e il male buio di Picchio De Sisti, ragazzi di Firenze che formano tutti un album e nessun collezionista vuole certo avere ma rappresentano una raccolta di storie opache che hanno riempito i casellari e le cronache di giornali e televisioni.
Firenze sbanda dentro la propria sofferenza che si sostituisce alla superbia tipica di un popolo antico, colto, mercante, astuto. Rocco Benito Commisso l'aveva scelta perché sua moglie, Catherine, aveva accettato di lasciare l'America a patto di poter vivere in una città bella. Questa era Firenze, così distante da New York ma infinitamente più umana dell'immensa città dove, in esilio forzato, il ragazzo partito dalla Calabria cominciò un fantastico viaggio. Affiora il pensiero maligno che dietro il fascino del Ponte Vecchio, della cupola del Brunelleschi e oltre la magia delle logge, continui a nascondersi il maligno, pronto ad impossessarsi di esistenze belle e forti. Il minuto di silenzio ne riscalderà la memoria.

