Maledizione Champions, l'ultima gioia della Juventus 30 anni fa

Scritto il 09/05/2026
da Paolo Lazzari

Il 22 maggio 1996 la squadra di Marcello Lippi piegava ai rigori i lancieri e conquistava l’Europa. Un trionfo archeologico seguito da un’ossessionante amarezza

Scende su Roma la sera del 22 maggio 1996. L’aria si addensa, satura di un’attesa che taglia a fette lo stadio Olimpico: è Juventus contro Ajax, la finale di Champions. I bianconeri di Marcello Lippi si presentano come un dispositivo bellico di precisione assoluta, pronti a sfidare i temibili lancieri di Louis van Gaal, quel laboratorio di estetica calcistica che impera sul continente calcistico con la forza della sua gioventù. È lo scontro tra due mondi: la ferocia tattica italiana contro la geometria variabile olandese.

Al fischio d’inizio si dissemina un’energia cinetica spaventosa. La Juve addenta il campo, presidia ogni centimetro, sottrae il respiro ai maestri di Amsterdam. È un pressing asfissiante, che si traduce in comando. Vialli guida la carica con il carisma del veterano, Del Piero - che ha trascinato la squadra alla finale disputando un’annata calcistica irreale - inventa traiettorie, Sousa governa il centrocampo con un’autorità regale. Sono le premesse giuste per il gol, che arriva al dodicesimo minuto: Ravanelli approfitta di un’esitazione difensiva, s’avventa sulla palla e, da una posizione che sfida le leggi della fisica, trova la rete. Il vantaggio è il premio per una superiorità evidente, per un appetito che sembra inesauribile.

L’Ajax, tuttavia, mantiene la calma dei forti. Litmanen trova il pareggio poco dopo sfruttando un’incertezza nell’area bianconera. Il fronte juventino all’Olimpico, raggelato, ammutolisce. Peruzzi, Ferrara e Pessotto, là dietro, non si capacitano. La partita diventa adesso un’ordalia, un confronto fisico e nervoso che si trascina oltre il tempo regolamentare. La Juve spreca, crea, preme, ma il risultato resta inchiodato. Si arriva alla lotteria dei rigori, il momento in cui la logica cede il passo alla tempra psicologica. Peruzzi si erge a baluardo, neutralizza i tentativi di Davids e Silooy con interventi salvifici. Infine, tocca a Vladimir Jugovic. Certo, quello dopo dovrebbe calciarlo Del Piero, ma non c’è spazio per la gloria personale o i mugugni. Meglio che segni Jugovic. Meglio che segni adesso. Il suo sguardo è fermo, la rincorsa sicura. Il pallone supera il lunghissimo Van per Sar e la squadra finalmente può abbandonarsi alla gioia.

Gianluca Vialli alza contro il cielo la Coppa dalle Grandi Orecchie. È l’apogeo. È il momento in cui la Juventus si sente padrona del proprio futuro europeo.

Trent’anni dopo, quel fermo immagine resta l’ultimo - archeologico - frammento di una gloria che ha smesso di rinnovarsi. Ciò che allora appariva come l’inizio di un’egemonia si è rivelato, col senno di poi, il confine di un deserto. Da quella notte di maggio, la storia della Juventus in Champions League è diventata un rapporto tumefatto, una cronaca di cadute e di finali svanite sul più bello.

Il trionfo si è trasformato in un’ossessione, un fantasma che agita i sogni dei tifosi e le strategie dei dirigenti. Cinque finali raggiunte e cinque sconfitte subite rappresentano un paradosso statistico che sfida ogni spiegazione razionale. Monaco, Amsterdam, Manchester, Berlino, Cardiff: ogni tappa è un monumento al rimpianto. La squadra che in Italia ha collezionato scudetti con la voracità di un predatore solitario, in Europa ha smarrito la chiave del successo, quasi fosse vittima di una maledizione che le impedisce di completare l’opera.

La vittoria di Roma è ormai un ricordo sbiadito di quando la Signora sapeva essere regina del continente. Oggi, quella coppa sollevata dall’indimenticabile Gianluca Vialli si agita come un monito costante di una grandezza che la Juventus insegue invano da tre decenni. La Signora resta in attesa di un’altra notte come quella romana, mentre il tempo scorre e la memoria, da sola, fatica tremendamente a saziare la fame di un popolo.