Mentre gli alleati occidentali si spaccano sulla Groenlandia, con il presidente Donald Trump sempre più intenzionato a non fare marcia indietro sui suoi piani egemonici per l'immensa isola controllata dalla Danimarca, nei gelidi territori artici si fa strada una minaccia evocata più volte dal capo della Casa Bianca: l'avanzata della Cina nell'estremo nord che, assieme a quella della Russia, pone dei problemi di sicurezza ineludibili. L'ultima allerta su un dossier da brividi arriva dalle pagine del Wall Street Journal che riporta come la scorsa estate, per la prima volta, i sottomarini di ricerca di Pechino abbiano navigato al di sotto dei ghiacci dell'Artico. Un'impresa tecnica, sottolinea il quotidiano Usa, che ha implicazioni militari e commerciali per l'America e i suoi partner.
La Cina non ha sguinzagliato solo i suoi sottomarini nelle profondità artiche. Funzionari del dipartimento della Sicurezza nazionale statunitense affermano che navi militari e di ricerca cinesi hanno operato nelle acque dell'Alaska in un numero "senza precedenti". Non è un mistero tra gli addetti ai lavori che le imbarcazioni del gigante asiatico sulla carta impegnate in missioni di ricerca forniscono in realtà copertura per iniziative di tipo militare. La crescente padronanza del Profondo Nord da parte del Paese erede del Celeste Impero si ritiene possa permettere ai cinesi di acquisire informazioni preziose sulle risorse naturali presenti nell'area, di ridurre i tempi di navigazione per le spedizioni commerciali - creando una sorta di Via della Seta polare - e di posizionare i sommergibili dotati di armi nucleari più vicino ad obiettivi collocati, in particolare, negli Stati Uniti.
"I cinesi stanno diventando sempre più aggressivi" nell'area artica, dichiara al Wall Street Journal il comandante supremo delle forze Nato, l'americano Alexus Grynkewich. Pechino non nasconde le sue ambizioni avendo proclamato la sua identità di "potenza quasi artica", ponendo così di fatto le sue mire alla pari di quelle di Washington e Mosca. Il ministero degli Esteri cinesi cerca, senza troppo successo, di rassicurare gli occidentali affermando che le sue attività nell'Artico "contribuiscono al mantenimento e alla promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo sostenibile nella regione".
Le azioni della Cina dicono però altro. Pechino ha infatti cominciato ad organizzare pattugliamenti congiunti con la Russia e impiega, vicino alla costa dell'Alaska, navi della guardia costiera simili a fregate che, secondo gli esperti militari, "sono fondamentalmente navi da guerra dipinte di bianco". Per gli analisti il presidente cinese Xi Jinping punta a condurre operazioni navali nell'Oceano Artico e ad inviare sottomarini al Polo Nord. Un obiettivo, quest'ultimo, che potrebbe essere raggiunto entro pochi anni grazie anche all'ampliamento della sua flotta di rompighiaccio.
Una prospettiva da incubo per la Nato la espone l'ammiraglio francese dell'Alleanza Pierre Vandier che ipotizza che la marina cinese potrebbe presto navigare dall'Oceano Pacifico all'Oceano Atlantico attraversando l'Artico, aggirando rotte più facilmente difendibili e rilevabili come i canali di Suez o di Panama. La minaccia di Pechino nel Pacifico è "onnipresente", dice Vandier al Wall Street Journal. E aggiunge: "se avessimo forze asiatiche nell'Atlantico, sarebbe un enorme cambiamento. Dobbiamo essere preparati".

